BLUES IN MI: PERIFERIA IDENTITA’ DI MILANO

10 Gennaio 2019         dialoghi        

Ci sono due mondi, l’architettura e la musica, che ragionano talvolta parallelamente sugli stessi temi, ma ai quali è dato d’incrociarsi di rado.

Gaetano Petronio di GPC ha organizzato un dialogo tra di noi e il mitico cantautore blues Folco Orselli.

Ne è uscito questa intervista su Milano, le sue periferie e la loro possibilità di riscatto attraverso l’espressione artistica, pubblicata su Gli Stati Generali

 

 

Milano, Unità di Produzione. Un tranquillo pomeriggio durante le festività natalizie è occasione per dialogare con il cantautore blues Folco Orselli.  Al centro dell’attenzione il suo nuovo progetto ”Blues in Mi: periferia identità di Milano”.                   

Non un semplice album, bensì un grande progetto trasversale di cui Folco ci anticipa qualcosa, invitandoci ad esserne parte attiva.  L’occasione è ghiotta per affrontare il dibattuto tema delle periferie, da un punto di vista insolito e inspirato dall’estro artistico di Folco Orselli.

 

Nicola Brembilla: Partiamo da dove ci troviamo, il quartiere di Gorla, o meglio, South of Sesto!
SoS, risposta ironica a NoLo, si definisce geograficamente, prendendo in maniera provocatoria come riferimento il fuori, Sesto San Giovanni. Ribaltando così l’abitudine per cui a Milano qualsiasi cosa deve la sua importanza a seconda della distanza dal Duomo.
La grande estensione del territorio di NoLo doveva essere l’antidoto alla gentrification, però, nonostante la genuina impronta comunitaria, assistiamo ad una delimitazione sempre più ristretta della sua area, quasi potesse essere ridotta al solo circondario di Piazza Morbegno.
Cosa ne pensi dei rischi di gentrification?

 

Folco Orselli: Mi sembra che non sia quello lo scopo di NoLo. Quando qualcuno si prende cura di alcune zone e crea un percorso di mezzo tra lo sbando e la gentrificazione è positivo.
La gentrificazione pesante non si realizza così facilmente.
Incentiverei in altre zone lo stesso processo, cercando di riqualificare attraverso attività sociali, facendo una radio, sviluppando le social street.

 

NB: Nel tuo progetto utilizzi il vocabolo “periferia”. Io da sempre sono convinto che si usi il termine periferia quando non si riesce a leggere in maniera precisa i luoghi e i fenomeni.
Credi che si possa andare oltre questo “maledetto” termine?

 

FO: Sì, sarebbe auspicabile. Utilizziamo il termine periferia come convenzione, legata alla visione: noi abbiamo una centro visivo e una visione periferica. Mi piace ribaltare il concetto, come ha ben detto Piero Colaprico “le periferie sono l’inizio della città, non la fine”.
Il termine è brutto, sarebbe quindi auspicabile iniziare a chiamare i quartieri per nome, però quanto meno è un termine italiano, ed io che sono legato a questa bellissima lingua lo preferisco ad un neologismo inglese. Io mi ostino ad usare l’italiano, per il blues non è la scelta più naturale.

 

NB: A proposito di linguaggio. Nel tuo ultimo brano –Paolo Sarpi Blues– hai utilizzato il dialetto. In genere si associa il blues contemporaneo ad una certa eleganza levigata, la cosa mi ha sorpreso molto.

 

FO: anche a me!

 

NB: Qual’è la funzione del dialetto? Vuole riaffermare identità locale in un mondo sempre più dominato dalla deterritorializzazione asettica dei bit?

 

FO: Sono cresciuto in una famiglia in cui si parlava dialetto, è una lingua che ho assimilato da piccolo. Il dialetto ha queste parole tronche che lo rendono molto ritmico rispetto alla lingua italiana che è più rotonda e finisce quasi sempre per vocali.
Ho voluto fare questo esperimento, dopo aver lavorato tanto con musicisti come Claudio Sanfilippo. Fondamentale il suo album “I Paroll Che Fann Volà” ma anche il recente “Ilzendeslwing” tutto cantato in milanese.
Che poi, mi hanno fatto notare i puristi, il mio è un brano cantato in legnanese, non in milanese.
Esistono delle sottili differenze, del resto mia nonna diceva sempre: “in italiano si dice il Merckx, il milanese dice el Merckx, il legnanese dice ul Merckx”.
Ritengo che oggi le parole si stanno massificando e con esse i concetti. Per descrivere degli stati emotivi è utilissima l’idiomaticità dei dialetti.

 

NB: Questo brano in dialetto incrocia un’ulteriore sfida: è ambientato in Chinatown.
A che punto è la scommessa d’integrazione sociale con i nuovi milanesi? È ancora aperta l’ipotesi di inclusione tramite la contaminazione di produzione artistica/culturale locale con le comunità non-indigene presenti a Milano?

 

FO: Sono ottimista. Il multiculturalismo è di qui a venire. L’integrazione è una delle parole chiave del progetto Blues in MI.
Sono partito dai cinesi perché è la comunità più antica a Milano, ma mi muoverò anche verso altre comunità tenendo sempre la musica come base comune.

 

 

 

NB: Questo viaggio individuerà luoghi specifici? Le operazioni che mi hanno convinto di più in questi ultimi anni sono quelle molto legate alla vita di quartiere, penso per fare solo un esempio a Dynamoscopio al Lorenteggio. Farai emergere i volti di singoli luoghi?

 

FO: La mia velleità è quella di cucire un viaggio, un blues in movimento, che verrà filmato dal Terzo Segreto di Satira, senza dipingere una zona particolare ma dando la sensazione di una città in movimento. Una viaggio psichedelico in cui le singole parti della periferia arrivano a fondersi.

 

NB: Ti sei chiesto cos’è esattamente “periferia”?

 

FO: Innanzitutto non è una parola con accezione negativa. L’operosità e la produzione di nuove idee, vera identità di Milano, è tutta concentrata nelle periferie. Il centro è massificato, somiglia a mille altri.
L’identità di una città si trova nei quartieri.
Periferia è identità.

 

NB: Identità. Milano ha messo da sempre il lavoro alla base della sua identità. Nella trasformazione attuale della società, che vede un rimescolamento dei valori non più così aderenti all’articolo primo della nostra costituzione o che comunque offre ai giovani poche possibilità di lavoro, come si ridefinisce l’identità di Milano?

 

FO: Il lavoro è ancora centrale. Il lavoro è sempre più produrre idee e meno produttività manuale, ma Milano, anche rispetto alle altre città, continua a definirsi con forza come la città del lavoro.
Se poi vogliamo trovare una neo-identità, questa passa per l’integrazione. Mi attrae vedere come gli stranieri dopo un po’ che stanno a Milano prendono i modi di fare tipici del milanese.
Ritengo comunque che qualsiasi lavoro dia dignità all’essere umano. Se manca il lavoro, va inventato.
L’identità di Milano tocca però anche altri aspetti.
Peculiare del milanese è ad esempio la sua particolare ironia. L’idea attuale del milanese incazzoso non è mai esistita, il milanese ha sempre riso e sdrammatizzato. Gli appartiene anche una visione un po’ surreale e psichedelica.

 

NB: L’inclusione potrà forse avvenire più facilmente attraverso la riaffermazione di una identità? Proprio perché meglio definita diverrebbe più leggibile e comprensibile da parte di chi arriva da lontano?

 

FO: Sì, e viene anche più facile perché è energia che spande, è contagiosa questa nostra identità.

 

 

 

NB: Troviamo dunque metodi nuovi per procedere?

 

FO: quella è l’idea. Andiamo a incontrarle davvero le persone, usando come piattaforma la musica. Il blues soprattutto, che io definisco l’esperanto delle anime, una musica che attraversa i popoli, un canto di liberazione dalla schiavitù che è oggi una schiavitù mentale. Mi piacerebbe capire se i ragazzi che fanno rap sanno che la loro musica, passando dal funk, proviene dal blues. Prendere tre ragazzi che fanno hip hop, rap e trap e metterli a confronto con il blues, prima nella strada, poi in uno studio di registrazione. Un esperimento di convivenza tra stili diversi, che inizia a raccontare le periferie in modo diverso e forse potrà dire qualcosa di più rispetto al giornalismo.

 

NB: L’immaterialità della musica ne fa la disciplina ideale per potersi infiltrare tra le pieghe della vita delle periferie e descriverle?

 

FO: sì e penso anche alla danza. Il pezzo di progetto in cui collaborerò con Stefano Boeri sarà una danza di ballerini provenienti da tutto il mondo nei luoghi degli ex-scali ferroviari abbandonati, sempre accompagnati da nuovi brani blues appositamente scritti.

 

NB: Mi fai venire in mente un flusso comunicante che rompe lo schema a cipolla che ha da sempre definito a Milano un dentro e un fuori, in cui il primo è meglio del secondo! Riusciremo a dare dignità ad ogni luogo, valorizzando di ognuno d’essi le sue caratteristiche?

 

FO: Sì, ma per farlo dobbiamo fare una cosa che abbracci tutta la città. Infatti l’ultimo anello di questo progetto è un brano collettivo in stile playing for change, in cui musicisti delle più svariate provenienze suonano lo stesso pezzo che poi viene montato insieme. Il pezzo non può che essere Il ragazzo della via Gluck, brano che parla di periferie, riarrangiato dixie blues!

 

 

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