DALL’IDEA ALLA REALTA’

Storia di un luogo di lavoro milanese

Unità di Produzione è uno spazio coworking, un ufficio condiviso, dove alcune tra le più brillanti startup di Milano lavorano gomito a gomito, cercando di integrare il più possibile le proprie complementari competenze.
Appartiene a tutte le persone che ogni giorno l’attraversano, facendone uno spazio brulicante di idee, di vita e di passione per il proprio lavoro.
Intorno al grande open space orbitano come pianeti una molteplicità di spazi in continua evoluzione: una cucina professionale con un bancone inox lungo otto metri, adatta ad ospitare pause caffè come ristoranti pop up, due sale riunioni, un’area relax con calcetto e biliardo, un’officina con attrezzi di ogni tipo, una foresteria per ospitare amici e colleghi di passaggio a Milano, un’ampia e luminosa area espositiva/conferenze/workshop dove lo spazio si contamina con la vita della città.

La storia di questo spazio la racconto spesso in maniera frammentata a tutte le persone che incuriosite ci vengono a trovare; brandelli di un’avventura che il mio più caro amico mi ha alla fine convinto a raccontare in uno scritto dotato di un inizio, ma non di una fine!

Tutto iniziò intorno al 2010, quando, nel solco della grande crisi economica che da due anni attanagliava l’economia mondiale e nazionale, cominciò ad essere chiaro che solo un cambio radicale di paradigma poteva salvarci.
Qualcosa si mosse sotterraneamente: Milano entrò in fermento.
Un’interminabile ma prolifica campagna elettorale pose le basi di quella che sarebbe diventata di lì a poco la grande trasformazione della metropoli lombarda.
Dopo anni di ripiegamento, Milano decise di guardare con coraggio verso il futuro.
Neanche il più inguaribile ottimista poteva immaginare che la oramai decadente “Milano da Bere” yuppie e individualista si sarebbe trasformata in una delle capitali mondiali della sharing economy e dell’innovazione!
Fu in quel momento seminale che nacque l’idea di Unità di Produzione.
Come architetto e libero professionista sentivo che non era più possibile percorrere le strade logore del passato: serviva una grossa scossa nelle direzioni della transdisciplinarità, della collaborazione e dell’ibridazione delle pratiche lavorative.
Serviva uno spazio fisico dove indirizzare come in un imbuto tutte queste idee, queste scommesse e queste energie.
Fu da subito chiaro che non avrei trovato il luogo giusto in centro città.
Non potevo restare prigioniero dell’ammuffito metro di (pre-)giudizio borghese che connota ogni cosa a seconda della distanza misurata in Google Maps dal baricentro geometrico della città: il Duomo!
Bisognava avere il coraggio di fare quello che in altre metropoli del mondo è normale: portare le energie creative e professionali nelle periferie, con il proposito esplicito di fare la propria parte per rigenerarle.
Altrettanto nitidamente desideravo una fabbrica dismessa: volevo rendere plasticamente evidente che riusare gli edifici abbandonati invece che costruirne di nuovi su suolo fertile non è solo pratica sostenibile eticamente responsabile, ma è pure fonte di potenza estetica.

Iniziai le mie peregrinazioni nei sobborghi nord-orientali milanesi. Nei territori del più glorioso passato industriale italiano, dove un tempo sbuffavano vapore le ciminiere della Falck, della Breda, della Pirelli, stava incubando silenziosamente il nuovo distretto della creatività milanese.
Quartieri senza pianificazione che potevano essere reinventati a partire dai grandi capannoni vuoti: non solo nelle grandi aree succitate ma anche e soprattutto dentro quelle piccole ma numerose carcasse edilizie abbandonate.
Non fu semplicissimo scovare tra il magma edilizio milanese la ex-Fabbrica di Forni Industriali Saviotti.
Spesso a Milano gli edifici industriali dismessi finiscono sul mercato come lotti edificabili e il loro valore immobiliare (intimamente legato alle potenzialità di trasformazione) è alle stelle.
Essendo invece l’ex-officina parte di un condominio e parzialmente compenetrata in una palazzina residenziale, non poteva che essere mantenuta con le sue caratteristiche volumetriche esistenti, dunque la pagai non più di un banalissimo trilocale a ridosso della circonvallazione esterna!
Me lo vendettero gli stessi operai che avevano ereditato dal fondatore l’attività e l’edificio, circa vent’anni prima.
Avevano passato un’intera vita lì dentro. Loro c’erano fin dagli inizi, quando la fabbrica aprì nel 1951. Giunti agli ottant’anni iniziavano ad avere altri progetti, ma furono entusiasti di consegnarmi il testimone: mi lasciarono pure un CD di scansioni del loro “album di famiglia” in cui compaiono forni industriali di ogni foggia e taglio, fotografati all’ombra del carroponte un attimo prima di essere consegnati al cliente.

Espletate tutte le pratiche burocratiche inerenti al rogito, mi ritrovai per la prima volta, solo, in questo spazio immenso. Grosse perdite d’acqua dal tetto facevano capolino minacciose, capiì che il restauro della grande carcassa non sarebbe stata una passeggiata! Avevo gìà affrontato durante la mia lunga gavetta il recupero di edifici piuttosto malmessi, ma questa volta ero solo. Paradossale considerando che il fine di tutto questo sarebbe stato un coworking, il luogo per eccellenza della collaborazione, ma così doveva essere. Certe follie non puoi che percorrerle in solitaria.

Decisi di procedere per gradi: il primo spazio che iniziai a restaurare furono i vecchi uffici dell’azienda che si affacciavano sulla strada e che pur essendo comunicanti con il capannone erano parte del condominio, insomma una tipologia edilizia addomesticabile in uno stato di conservazione non fatiscente.
Come ogni architetto che si rispetti la prima operazione fu abbattere a mazzate una tramezza e trasformare due piccole stanze mal proporzionate in un unico grande salone.
Recuperai il bel parquet chiodato in rovere a spina di pesce, misi mano alle grandi finestre tripartite reinventandomi una sorta di portale dove al posto dei tradizionali scuretti stuccati prendevano posto dei caloriferi sottilissimi e risolsi tutte le necessità di vani supplementari aggiungendo due pareti mobili sui lati corti della stanza in grado di celare una cucina, una lavanderia e un armadio. In questo modo nasceva la foresteria di Unità di Produzione, uno spazio caldo e silenzioso, pieno di libri, di un comodo divano e la possibilità di trasformarsi in appartamento con pochi gesti di pozzettiana memoria!

Presa confidenza con il luogo iniziai la sfida più grande: la trasformazione dello spazio industriale.
Il capannone si presentava grande e spoglio, vagamente inabitabile!
L’unica cosa certa era che volevo valorizzare il carroponte degli anni ’50, i bellissimi lucernari in ferro, la volta a tutto sesto tenuta in tensione dalle catene.
Non amavo il fatto che entrando dalla strada lo sguardo potesse, dopo pochi passi, scorgere tutto lo spazio. Bramavo una liturgia della scoperta, un rallentamento della percezione, che in fondo è il segreto per il quale ci emozionano i nuclei urbani storici: fateci caso, lì lo spazio, nell’alternarsi del vicolo con la piazza, è in perpetuo mutamento tra compressione e allargamento. Questo ritmo ci influenza psicologicamente, ci rapisce i sensi!

Immaginai così una sorta di promenade architecturale: quello che era l’androne di carico-scarico della vecchia fabbrica sarebbe diventato il vestibolo di ingresso, lì un soppalco avrebbe tagliato lo spazio creando un passaggio molto basso (l’avremmo chiamato sottoportego se fossimo stati a Venezia) al termine del quale l’openspace si sarebbe aperto in tutta la sua scintillante luminosità.
La grande aula industriale necessitava anch’essa di una ricalibrazione architettonica.
Era larga e possente ma terminava in un muro molto esile, quasi una tramezza di tamponamento.
Progettai così un secondo soppalco sul fondo dello spazio, che in qualche modo controllava in un movimento di sporgenza e incasso l’arrivo della processione spaziale.
Infine dotai il tutto di un punto di fuga prospettico: un giardino verticale dietro una grande vetrata al piano mezzanino.

L’aspetto dei soppalchi fu immaginato come reminiscenza onirica dei grandi forni industriali appesi al gancio del carroponte, pronti per essere caricati sui camion ed essere trasportati a destinazione. I soppalchi non tradiscono nessuna tettonica, ma solo astrazione estrema, in definitiva due scatole di lamiera che, sospese a mezz’aria, non toccano mai il pavimento di cemento come se fossero agganciate alle catene strutturali della volta. L’uso dell’acciaio grezzo, predominante nel progetto architettonico è un omaggio a questo meraviglioso materiale che da sempre aveva abitato gli spazi della fabbrica.

Così, con pochi e profondi gesti il progetto fu impostato, redatto e protocollato. Da un giorno all’altro fu l’inferno dei martelli demolitori. Le chiamano agopunture urbane, la realtà è un po’ meno leggiadra di quanto la parola non faccia intendere!

Verso la metà del cantiere capì che l’impresa edile aveva dato tutto quello che poteva e non era in grado di garantire di lì in poi la perfetta riuscita del lavoro: l’unicità del progetto richiedeva un approccio e una dedizione all’Architettura di natura superiore.
Iniziò così il periodo dell’autocostruzione.
Abbattendo ogni distinzione tra architettura e design, la complessa opera di finitura fu tesa verso un’unità espressiva totale.
Per le operazioni manuali istruì una squadra di volonterosi ragazzi indiani, che da allora non hanno più smesso di lavorare alla manutenzione del coworking.

Per realizzare le mille cose necessarie senza andare in bancarotta, ogni gesto progettuale iniziò ad assumere una economicità di mezzi espressivi ancora maggiore, una sorta di “instant design” in cui la rarefazione formale dei gesti architettonici maggiori riverberava in quelli minori. Ad esempio, gli sgabelli furono ricavati da singoli tranci di lamiera piegati quattro volte su se stessi, mentre alcune maniglie furono ricavate da fettucce di cuoio ripiegate anch’esse quattro volte e fissate con due bulloni contrapposti.

Furono mesi di fermento e d’attesa: fermento per i lavori che più avanzavano e più si decuplicavano in un’infinità di lavorazioni, attesa per la vita che ancora doveva riempire l’aula vuota del capannone.

Ad un certo momento litigai con i confinanti, il pur concordato allargamento di alcune finestre, tra cui l’enorme ferrofinestra ad arco che domina la sala riunioni, mi portò a sfiorare la causa legale. Me la cavai con una dozzina di riunioni con avvocati, giudici, consulenti tecnici, vigili urbani.
Non era facile stabilire torti e ragioni, del resto in tutti i miei progetti la lettura del codice civile e del regolamento edilizio divide il campo con le ragioni dell’Architettura!

Non c’è stato un momento esatto in cui il cantiere è finito ed è partito il coworking.
In realtà vi è una mutazione e implementazione degli ambienti continua. Ora però ogni scelta avviene in co-progettazione con le persone che abitano lo spazio ed è quindi plasmata sulle loro esigenze. Anche per questo i nostri coworkers hanno sviluppato un forte senso comunitario e si sentono partecipi di un luogo che essendo aperto 24 ore su 24, 7 giorni su 7 e non avendo alcun limite di utilizzo gli appartiene in toto.

Adesso che tutto funziona, tiro il fiato! È andata bene, poteva essere un fallimento clamoroso, un’ingente perdita di denaro. Ma è andata bene.
Ora si naviga verso la vera sfida che ci attende: trasformare professionisti, freelance e piccole startup in una sorta di agenzia multiservizi in cui le competenze di ognuno sono a servizio di tutti.
La consapevolezza di essere parte pulsante del patrimonio simbolico e culturale di Milano, ovvero la libera imprenditoria innovativa, ci fa felicemente parte di una grande comunità di persone.
Una comunità che porterà Milano e l’Italia fuori da questa crisi verso una grande rinascita.

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