Casa nell’Appennino

       

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ptp1p2SEZIONE-1200

 

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CASA NELL’APPENNINO

 

Localizzazione_Via di Sammommè alla Collina 83/a, Pistoia

Progetto_2012

Realizzazione_2013-2014

Superficie_270 mq

Committente_privato

Prestazione_Progettazione preliminare, definitiva, esecutiva, direzione lavori

Il progetto rigurarda la ristrutturazione radicale di una villetta anni ’60, immersa in una foresta di faggi nell’Appennino tosco-emiliano.
Una casetta banale, uguale a mille altre di cui è disseminato l’intero territorio italiano: il muro intonacato, le finestre con le tapparelle avvolgibili, il tetto in tegole marsigliesi e le immancabili riseghe continue dei muri perimetrali.
Dopo mezzo secolo di onorato servizio i nuovi proprietari della villa decidono di rinnovare completamente l’edificio, come unica richiesta esplicita quella di espandere il balcone che domina la valle verso sud.
Proponiamo un’operazione progettuale semplicissima, un unico gesto architettonico: la costruzione di una loggia.
Mantenendo invariata la preesistenza, la loggia viene ripetuta tutta intorno all’edificio, espandendo il volume abitabile pur senza aumenti di cubatura.
Le due entità rimangono fortemente distinte: la preesistenza intonacata bianca, la loggia in legno lamellare.
Con questo stratagemma, in un’area dove non è ammessa la demolizione e ricostruzione, come neppure l’ampliamento (condizione sempre più diffusa nei piani regolatori d’Italia) l’Architettura tenta il suo disperato tentativo di imporsi come linguaggio autonomo e come gesto leggibile dotato di un profilo, di un volto.
L’addizione schietta di un dispositivo architettonico “parassita” rende possibile tramite mezzi economici modesti la trasformazione di una villetta dalla qualità spaziale pressoché nulla in una villa di grandissimo comfort e di aspetto contemporaneo.
Questo progetto di ristrutturazione tenta così di affrontare a livello paradigmatico il grande tema dell’impossibilità di espressione piena della forma architettonica all’interno delle strettissime maglie della burocrazia italiana, laddove la normativa lascerebbe supporre l’impossibilità di una realizzazione libera della Forma architettonica e in ultima istanza del progetto di Architettura.
Approcciando ai regolamenti vigenti nel lotto di progetto ci si ritrova infatti schiacciati tra le norme in vigore di un PRG severissimo e quelle di salvaguardia di un Regolamento Urbanistico che esprime il più laconico scetticismo su qualsiasi possibilità di redenzione del paesaggio malamente antropizzato del ‘900.
Ci troveremmo, paradossalmente, a dover eseguire un “restauro morfologico” della banalità!

La nuova loggia
La loggia, elemento tipico della tradizione toscana, trova due ragioni d’essere.
Il primo è la necessità, nel contesto di una fitta foresta, di un dispositivo spaziale per esperire la soglia tra l’intimità protetta dell’interno e l’esuberanza naturale dell’esterno.
Il secondo è il tentativo di reinventare completamente l’aspetto dell’edificio preesistente, ma senza occultarlo completamente, in modo da lasciar dialogare gli scarti e le contraddizioni tra le due fasi costruttive.
Parimenti all’operazione di Palladio per la Basilica di Vicenza, la loggia maschera invece che occultare, crea uno spazio invece che limitarsi ad essere semplice facciata sovrapposta.
Il materiale scelto per la costruzione della loggia è il legno lamellare di larice.
I giunti saranno semplicissimi, senza esibizioni strutturali e la superficie del legno sarà lasciata al naturale con verniciatura trasparente all’acqua.
L’effetto finale vuole esprimere la semplicità di una capanna primitiva e la solidità di un giocattolo in legno che non teme il passare delle stagioni dell’anno e del gusto.
Per rendere la struttura visivamente lieve il prospetto sud ei piedritti intermedi vengono inclinati sull’asse verticale di cinque gradi, mentre la pianta si scosta dalla preesistenza seguendo dei tracciati propri.
La vivibilità degli ambienti interni è accentuata dal fatto che ogni stanza ha la sua estensione virtuale nella loggia, la quale in un clima temperato come quello toscano, diventa utilizzabile lungo tutto l’arco dell’anno.

Il recupero degli interni
La casa preesistente viene rivestita di uno spesso cappotto termico che ricalca fedelmente il perimetro per poi essere rintonacata nuovamente di bianco: un fondo neutrale contro cui far stagliare la matericità della loggia.
Gli infissi, sempre per ragioni di efficentamento energetico, vengono interamente sostituiti.
L’essenza lignea impiegata è la stessa di quella della loggia e sono stati progettati secondo una logica semplice: le pareti vetrate fisse verranno montate sul filo esterno del muro, quelle apribili sul filo interno. Lo scarto di profondità viene gestito con scatole lignee, in grado peraltro di inglobare gli scuri piegati a libro.
La cura maniacale dell’isolamento termico, le tecnologie di riscaldamento tramite biomasse (caldaia a pellet e termostufa a legna), l’impiego di fotovoltaico/solare termico e di pavimenti radianti per riscaldare in bassa temperatura, rendono l’edificio estremamente performante dal punto di vista della sostenibilità ambientale.
L’interno della villetta si presentava come un qualsiasi appartamento condominiale di città: disimpegni ciechi, corridoi zigzaganti, spazi angusti e mal proporzionati, inoltre il sottotetto era totalmente inutilizzato in quanto accessibile solo con una scala a pioli.
Per queste ragioni l’assetto distributivo e spaziale dell’interno è stato rivoluzionato.
Dalla demolizione di una grande porzione di soletta del sottotetto si sono trasformate la zona giorno e il vestibolo d’ingresso in luminosissimi e ariosi ambienti a doppia altezza. In quest’ultimo ambiente sono stati inseriti la scala e il ballatoio che permette di raggiungere la zona notte.
Tutti i rivestimenti di rovere interni, ovvero pavimenti, controsoffitti, scale, porte e gran parte del mobilio derivano da un unica quercia di riforestazione il cui tronco è stato sfogliato fino a ricavarne 400mq di tranciato.
Questo particolare ha accellerato molto la produzione e messa in opera delle finiture interne, in quanto ha permesso di far lavorare ben quattro imprese di falegnameria contemporaneamente pur mantenendo l’assoluta omogeneità delle finiture.

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